16 - 12 - 2017


Perchè PaesaggioVeneto.it

  
Il paesaggio nel Veneto più che in trasformazione è in via di estinzione.
La trasformazione dei luoghi è sempre avvenuta e quindi nell’ordine delle cose. Il susseguirsi
delle epoche lo ha connotato permettendo così  una loro riconoscibilità, quasi si trattasse di
una stratigrafia. Ma negli ultimi decenni ha subito tante e tali  batoste da renderlo
irriconoscibile, altrerando la lettura delle sue componenti,  fino a farlo diventare una categoria
desueta, un lusso che non  ci si può permettere paradossalmente quando il benessere
materiale non è mai stato così elevato.
La pressione delle attività umane su territorio e in particolare quelle insediative, ha raggiunto
livelli  tali che le aree urbanizzate hanno superato quelle libere,  se non ancora in termini di
superficie (quantitativi) sicuramente  in termini percettivi (qualitativi).
Possiamo percorrere luoghi via via diversi senza renderci conto di passare da un posto
all’altro. Ci si muove sempre in ambiti costruiti carichi di volumi che hanno ormai saturato,
come in una delle città invisibili di Calvino, gli spazi liberi, le pause coltivate che consentivano,
attraverso lo stacco, la individuazione  dei diversi luoghi, il continuum dell’edificato ha
annullato la varietà delle  percezioni. Si pensi al mutamento di paesaggio percorrendo in treno
la linea Venezia Milano. Appena si entra in Lombardia  gli spazi aperti aumentano nettamente,
segnale di  una persistenza della gerarchia tra abiti costruiti e non, aspetti ormai scomparsi
nella zona centrale veneta tra Verona, Vicenza, Padova, Venezia, Treviso.


Finalità


La prima finalità è di porsi come un osservatorio, un punto critico che denunci le situazioni più
penalizzanti per il territorio, non è detto che ciò sia sempre efficace,  perché quando un nuovo
intervento  si evidenzia i giochi sono già fatti e tornare indietro è praticamente impossibile.
Anche alcuni segnali premonitori, quali la presenza di campi incolti, spesso sono tardivi.
E’ importante, per una inversione di tendenza di questi fenomeni, per cambiarne le dinamiche,
una consapevolezza e  un  mutamento di opinione, una pressione su chi amministra,  un
riferimento (minimo)  per chi non sopporta più questo andazzo  e innescare un atteggiamento
che abbia nella sostenibilità del territorio il suo metro di giudizio.
Ciò non significa conservazione  dello status quo,  e tanto meno bloccare lo sviluppo  anche
perché molto resta da fare in termini di riduzione del  danno, ricomposizione degli ambiti,
eliminazione delle situazioni più penalizzanti, valorizzazione di luoghi dimenticati e malmessi.
La seconda finalità è di dare visibilità ad alcuni elementi, soprattutto quelli anonimi e poco
evidenti, che comunque conferiscono qualità in una situazione di diffusa mediocrità. Non è
nostra intenzione affrontare i temi “monumentali”. Già altri lo fanno (un esempio per tutti:  sulle 
ville palladiane cfr. il Centro studi Andrea Palladio), i doppioni, a maggior ragione  in rete, non
servono.

 
Atteggiamenti.


Non c’è nessuna volontà di museificare  ciò che resta.
Non c’è nessuna nostalgia del bel tempo antico.
Non c’è nessuna intenzione di enfatizzare l’architettura classica o rurale, della banale 
commistione di questi due stili è tappezzata la pianura padana. L’inerzia del post modernismo
e del vernacolare  la fa ancora da padrone,  non se ne può più di  timpani  associati ad esigue
ed insulse superfici con mattoni a faccia vista, spesso relegate ai parapetti dei poggioli. La
possibilità  di distinguere l’epoca che  ha prodotto un manufatto  non sussiste più nel
riconoscimento di uno stile, bensì nella sua caduta tipica di questi anni. Ritenendo quindi che
ogni fase storica debba esprimere le proprie peculiarità in un rapporto dialettico con quelle che
l’hanno preceduta, si rifugge dalla copia di ciò che è stato, misurandosi con le contraddizioni
dei propri tempi.
Diverso è il discorso per le situazioni apparentemente più marginali. Queste  possono, negli
interstizi, nascondere delle potenzialità anche in termini qualitativi. Un esempio può essere la
lezione di Marc Augè sui nonluoghi.
Una risposta (ovviamente non l’unica) alla  proliferazione  e all’incalzare di immagini e segni
che ci circondano, può essere il silenzio e fare un passo indietro. Porsi in una condizione al di
fuori dell’esibizione esasperata, dove ci si esprime attraverso la riduzione all’essenzialità  di ciò
che serve. Manufatti di questo tipo ne sono esistiti anche da prima dell’affermarsi del
minimalismo, dove il dettaglio era spesso legato agli aspetti strutturali (alcuni sono presenti nel
sito in shed e capannoni).

 

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